De Luca, Cesaro e le morte stagioni
- Nico Carrato
- 9 giu 2020
- Tempo di lettura: 1 min
Aggiornamento: 1 gen 2021
Coltivare l'ironia, letterale e letteraria, per mettersi a distanza da affermazioni che non si condividono, simulando attenzione per le parole dell'interlocutore.
L'esordio compassionevole cede, subito, il passo al sarcasmo pungente: il colpo da consumato oratore politico è sferrato attraverso un'incursione poetica - un frammento de l'Infinito di Giacomo Leopardi - circoscritta dal tono declamatorio che sospende, per un attimo, il livello argomentativo del confronto dialettico. L'infinito spaziale e temporale, passato, è il contesto in cui appare inevitabile collocare le stagioni (politiche) dell'avversario sprovvisto di strumenti per dare ascolto alla voce vitale del presente.
E' una pre-iscrizione lapidaria calata su un'esperienza politica morente, disposta per ridicolizzare (il sorriso mal nascosto del presidente dell'assemblea, lo conferma) le lacune non solo politiche del prossimo. E per gratificare se stesso.
E per riconciliarsi con quell'immensità dove il pensiero dell'altro non sembra rischiare di annegarsi, essendone totalmente privo.
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