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Antonioni e il segno sospeso

  • Immagine del redattore: Nico Carrato
    Nico Carrato
  • 15 set 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 1 set 2021

Attribuire significati ai segni, che gli autori disseminano nelle loro opere, è un rischio da correre, magari senza fare forzature interpretative o, peggio, piegate sul livello ristretto di conoscenze di chi interpreta.

Il segno in questione appartiene a Michelangelo Antonioni, un regista sul quale critici e storici del cinema si sono cimentati nel tentativo di fare luce sulla sua poetica. Sulla sua visione della realtà, sulla solitudine, l'incomunicabilità, l'essere presente e il nascondersi a se stesso e agli altri.

Uno sceneggiatore, Giorgio Arlorio, frequentatore curioso di un set del regista, può venirci in aiuto con un aneddoto. Alla fine di una scena girata in esterni, di uno dei film (omesso il titolo ndr) interpretati da Monica Vitti, un operatore si avvicina al regista chiedendogli perché l'attrice fosse stata ripresa in continuità in quel modo specifico.


La Vitti, ripresa di spalle, cammina rasente a un muro e progressivamente si allontana dal punto dove, ferma, è posizionata la cinepresa. Il campo di ripresa man mano diventa più lungo, fino a far diminuire la percezione della figura umana che, pur conservando il centro di interesse della visione, si rimpicciolisce gradualmente nel paesaggio urbano.


Antonioni, senza girarci troppo intorno, tradendo la sua immagine pensosa e risolta, si limitò a confortarlo: "Non ti preoccupare, ci penserà qualche critico a spiegarlo".

Risposta beffarda, dal finale aperto che non spetta a lui risolvere, con la quale afferma la necessità di evitare uno sterile e autoreferenziale circuito creativo-interpretativo.

Tuttavia sembra verosimile supporre che lui, l'arte-fice, non sapesse, davvero, la ragione profonda di quella scelta, giocando, consapevole, con la cifra incomunicabile del suo statuto artistico - Chissà cosa avrà voluto dire il Maestro!? - costruitogli da quei critici, a cui, sfrontato, rivolgeva un appello opportunista - Facciamoli lavorare! - e sincero.

Antonioni, nel paradosso di nascondere ciò che non sa, ci porta anche all’origine unitaria, e irriducibile alla parola, del segno e al termine della sua ricezione, a più voci.

In mezzo resta il frammento – Quella passeggiata ripresa in continuità - che solleva un perché dettato da un impellente necessità di trovare per forza uno scopo, secondo una visione finalistica dell'atto creativo. E se fosse, al contrario, sbagliata la natura dell'interrogativo? La vivisezione dell'immagine ci porterebbe a individuare un colore dominante, le linee di direzione del movimento, il rapporto tra figura umana e paesaggio e il peso espressivo, cangiante, attribuito ad entrambi. E poi il livello sonoro con il rumore dei passi, regolare e deciso, sul selciato del marciapiede. Insomma, tutti i sensi chiamati in soccorso per provare a risolvere l'enigma.

C'è davvero uno scopo in tutto questo? Forse ci basta dire che quel segno esiste e si spiega perchè , banalmente, all'origine ci sono dei germi creativi divenuti immagine che, in omaggio al maestro, questa volta, preferiamo lasciare in sospeso.

 
 
 

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